IL PENSIERO

Ritratto del Prof. Antonino Basile
Prof. Antonino Basile (1908–1973)

Le umili origini, il fervore sociale, il clima culturale alimentato da uomini come D. A. Cardone, A. Lo Vecchio, F. Battaglia, L. Lacquaniti, N. Fondacaro, L. Repaci e altri; l’educazione storica di Nino Cortese al Magistero di Messina; l’attenzione verso le metodologie di V. Padula e G. Pepe; la salda guida accademica di Raffaele Resta (pedagogia), Ferruccio Calonghi (lingua e letteratura latina), Nino Cortese (storico) e Antonio Renda (filosofia e storia della filosofia); e infine la partecipazione attiva ai fermenti politici del suo tempo: sono le basi su cui poggia la formazione storico-culturale e umana di Antonino Basile.

Studi storici

Attento alle ricerche storiche, non esitò a chiedere il trasferimento a Napoli per la docenza così da poter scandagliare la Biblioteca Nazionale. Si dedicò con interesse puntiglioso alla valorizzazione di aspetti sociali e storici del Meridione con osservazioni acute e collegamenti che portarono, a un livello più ampio, quelli che potevano apparire piccoli fermenti locali, delineando tra l’altro il contributo della Calabria nel contesto nazionale in vari eventi della storia e alimentando, con validi elementi, la linfa del movimento contadino.

Questo interesse e il contatto con la gente umile — dalla quale proveniva, con il retaggio di tradizioni, credenze e incanti — lo indussero a orientare con decisione la propria propensione antropologica verso la ricerca, lo studio e la raccolta di materiali, intraprendendo un’interpretazione etnologica. Il fascino, la storia e l’arte dei reperti raccolti segnano il sopravvento del demologo sullo storico.

Studi demologici

Dominato da un’ansia conoscitiva — sorretta da acuta sensibilità — verso un mondo misterioso e imprevedibile, ricercò con rigore modelli, strumenti e metodologie che studiava, verificava e confrontava per definire linee di corrispondenza affidabili. Esaminò la metodologia della ricerca di M. Barbi, adottandone tecniche e contribuendo agli aggiustamenti necessari per i canti popolari calabresi da lui raccolti: ne delineò origini, aree di diffusione, ipotesi, varianti e tipologie (dai canti moraleggianti a quelli funebri).

Basile comprese che la regione — rimasta a lungo fedele a se stessa, dove antico, mito, religiosità, feste, passato e presente confluivano nell’identità individuale e collettiva — stava perdendo rapidamente tali valori; bisognava fermarli, recuperarli, descriverli e soprattutto spiegarli. Intensificò i contatti con il maestro Raffaele Corso; studiò i rapporti con la realtà ridimensionando proporzioni e miti; seguì gli studi di Arnold Van Gennep; valutò le esperienze di Ernesto De Martino per spiegare i condizionamenti psicologici individuali e collettivi che determinano i comportamenti. Accolse la metodologia d’indagine del Patsel e il rapporto di primitivismo dei bassi strati del popolo sostenuti dallo Schmidt.

Nel considerare l’«appartenenza» di Frazer e di Lévy-Bruhl, la applicò ai riti (nascita, battesimo, comparatico, fino alla emblematica «rottura del bicchiere») attraverso il principio della magia come contagio irradiato anche a distanza. L’ampiezza dei suoi studi — e l’affinità calabra con molte tradizioni siciliane, specie nel culto popolare dei santi — lo portarono a sondare gli scritti di Giuseppe Pitrè e di Salomone Marino che, compendiati con quelli del D’Orsa, gli consentirono di elaborare una convincente teoria sulla sopravvivenza di culti pagani nella religione cristiana.

Il quadro europeo della nuova scienza che abbracciava è segno di un Basile non fossilizzato nell’erudizione locale, ma sintonizzato con i contributi più significativi, utilizzati con intelligente interdisciplinarità. Sperimentò direttamente: vagliò e confrontò una quantità enorme di materiali, selezionati con passione in ogni angolo della Calabria. La complessità degli studi assimilati, la partecipazione personale alla metodologia perseguita, lo spirito laico e la conoscenza diretta del mondo osservato definirono uno studioso attento, capace di non perdere le molte sfaccettature dei problemi.

Lungo il lavoro preparatorio — raccolte orali fedelmente registrate, oggetti con analisi del loro excursus — salvato da una memoria sempre più fioca, balza alla luce con la nascita, l’11 settembre 1955 a Palmi, del Museo di etnografia e folklore calabrese, poi dichiarato di importanza internazionale dall’UNESCO. Presentato con un memorabile discorso dal grande etnologo Raffaele Corso, il ricco museo, espressione della civiltà contadina e pastorale della Calabria, divenne per Basile — che ne curò l’allestimento insieme a N. De Rosa — un punto di riferimento, anche per avviare la pubblicazione «Folklore della Calabria» che per otto anni (1956–1963) raccolse contributi di studiosi come lo stesso Corso, L. Lacquaniti, L. Lombardi Satriani, G. Chiapparo, G. Pignataro e altri. Nata come filiazione di «Folklore italiano», fu un prezioso forziere del patrimonio di cultura popolare calabrese.